Il commercio internazionale è da sempre uno dei pilastri dell’economia italiana. Con oltre 620 miliardi di euro di esportazioni, l’export rappresenta circa il 40% del PIL nazionale e conferma l’Italia tra i principali player globali.
Negli ultimi anni, però, lo scenario è profondamente cambiato. Pandemia, tensioni geopolitiche, politiche industriali più protezionistiche e shock delle supply chain hanno messo in discussione il modello di globalizzazione lineare che ha dominato gli ultimi decenni.
In questo nuovo contesto, parlare di internazionalizzazione significa adottare una globalizzazione strategica, fondata su resilienza, presenza locale e innovazione.
Gli eventi degli ultimi anni hanno evidenziato la fragilità delle catene globali del valore. Interruzioni produttive, carenza di componenti critici e aumento dei costi logistici hanno spinto imprese e governi a ripensare l’equilibrio tra efficienza e sicurezza.
Strategie come nearshoring, reshoring e diversificazione dei fornitori non sono più eccezioni, ma scelte strutturali. La resilienza diventa così una nuova metrica di competitività internazionale.
Sempre più Paesi richiedono alle imprese estere di creare valore localmente: occupazione, trasferimento tecnologico, filiere produttive e investimenti in R&D.
Il local content non va letto come semplice protezionismo, ma come uno strumento di politica industriale che premia le aziende capaci di integrarsi nei contesti locali.
Per le imprese italiane, questo significa ripensare i modelli di presenza estera: non solo esportare, ma costruire ecosistemi produttivi e relazioni di lungo periodo.
L’Italia è oggi il settimo esportatore mondiale, una posizione che sale al quarto posto escludendo l’automotive. Nonostante la concorrenza crescente, in particolare da parte della Cina, il sistema produttivo italiano mantiene una forte capacità di presidiare una vasta combinazione di prodotti e mercati.
Questa flessibilità, tipica delle PMI italiane, riduce il rischio di dipendenza da singoli mercati ma richiede investimenti continui in innovazione, digitalizzazione e competenze.
Negli ultimi vent’anni, alcuni comparti italiani hanno rafforzato la propria posizione sui mercati internazionali:
agroalimentare e bevande
farmaceutica e cosmetica
nautica e mezzi di trasporto di alta gamma
Si tratta di settori caratterizzati da posizionamento premium, qualità e innovazione. Al contrario, i comparti più tradizionali e a basso contenuto tecnologico soffrono maggiormente la competizione globale, rendendo necessario un riposizionamento verso nicchie ad alto valore aggiunto.
Le imprese che investono in ricerca e sviluppo registrano performance migliori sui mercati esteri. Secondo le stime, raddoppiare la spesa in R&D potrebbe generare oltre 150 miliardi di euro aggiuntivi di export.
Digitalizzazione, industria 4.0 e innovazione di prodotto diventano quindi leve trasversali per sostenere l’internazionalizzazione, anche nei settori tradizionali del Made in Italy.
Accanto ai mercati maturi, emergono nuove direttrici di crescita:
Europa centro-orientale, con grandi programmi infrastrutturali ed energetici (come il programma nucleare polacco)
India, protagonista di un accordo commerciale storico con l’UE e mercato chiave per la strategia di export italiana
Queste traiettorie richiedono presenza locale, partnership strutturate e capacità di adattamento.
L’Italia non è davanti alla fine della globalizzazione, ma a una sua profonda riconfigurazione.
Il successo internazionale dipenderà dalla capacità delle imprese di combinare resilienza, local content, innovazione e visione strategica, superando una logica opportunistica dell’export.
Nello Strategic Report di febbraio, il team di Strategic Management Partners analizza l’evoluzione della globalizzazione, le nuove rotte dell’export italiano e i modelli di internazionalizzazione più efficaci per competere in uno scenario globale complesso e selettivo.