Quando si parla di “Agenda Digitale” non si parla di un singolo documento, ma di un sistema di programmazione a più livelli che indica come la Pubblica Amministrazione deve cambiare grazie al digitale.
Nasce in ambito europeo con la Digital Agenda del 2010 e viene recepita in Italia nel 2012, anno in cui viene istituita anche AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale. Oggi la cornice di riferimento è il programma europeo “Decennio Digitale 2030“, che persegue la trasformazione digitale entro il 2030 lungo quattro aree: infrastrutture digitali, digitalizzazione delle imprese, competenze digitali, servizi pubblici digitali.
A livello nazionale lo strumento operativo è il Piano Triennale per l’informatica nella PA, redatto da AgID e approvato dalla Presidenza del Consiglio.
Lo scopo è semplice da dire e difficile da realizzare: promuovere interoperabilità, semplificazione e un rapporto più diretto ed efficace tra cittadini, imprese e istituzioni. In altre parole, far sì che le oltre 23 mila amministrazioni italiane parlino la stessa lingua digitale.
Ma è sui territori che questa lingua comune deve diventare realtà. L’agenda digitale si declina a tutti i livelli, dai ministeri alle città metropolitane fino ai Comuni, e le Regioni svolgono un ruolo di cerniera: traducono gli obiettivi europei e nazionali in scelte, investimenti e progetti per il proprio territorio. Per questo è da qui che conviene partire per capire a che punto è il Paese.
Guardando le agende digitali delle Regioni, i temi sono: infrastrutture e cloud, sicurezza, interoperabilità, dati, servizi digitali, competenze, governance, innovazione e acquisti.
Un’analisi dei documenti programmatici delle 20 Regioni, condotta su nove macro-trend e 35 azioni concrete e aggiornata con le iniziative avviate fino a settembre 2026, mostra però un Paese a più velocità.
I temi più maturi sono i servizi digitali e l’interoperabilità: oltre l’80% delle azioni risulta pienamente presidiato. Il merito è soprattutto delle piattaforme nazionali (SPID, CIE, pagoPA, App IO), che hanno dato a tutte le amministrazioni un linguaggio comune. Su questa base le Regioni lavorano ora a servizi più integrati, come il sistema unico di servizi digitali previsto dall’Emilia-Romagna.
Innovazione, dati e competenze occupano una fascia intermedia, con circa due azioni su tre pienamente presidiate, ed è qui che il 2026 ha portato i cambiamenti più visibili.
L’innovazione è il tema cresciuto di più, trainato dall’intelligenza artificiale. Sui dati, l’Emilia-Romagna sviluppa gemelli digitali del territorio e Lombardia e Veneto guidano insieme un progetto di “smart land” basato su dati condivisi. Sulle competenze, più di 2,7 milioni di cittadini hanno partecipato alle attività della rete di facilitazione digitale, che conta oltre 5.000 facilitatori e più di 4.000 Punti Digitale Facile.
Più indietro restano infrastrutture, sicurezza e governance, dove le azioni pienamente presidiate sono poco più della metà. Anche qui il quadro si sta muovendo. Il PNRR, chiuso formalmente il 31 agosto 2026, ha portato in cloud circa 13 mila pubbliche amministrazioni, oltre il 75% del totale. Sulla sicurezza, i fondi dell’ACN (l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) hanno finanziato 19 progetti per attivare o potenziare i CSIRT regionali, le squadre di pronto intervento contro gli attacchi informatici. E molte Regioni stanno rinnovando le proprie strategie: la Lombardia, ad esempio, aggiorna ogni anno il proprio Programma strategico collegandolo al bilancio.
Il tema meno sviluppato nei documenti regionali resta quello delle leve per l’innovazione, cioè gli strumenti con cui la PA acquista innovazione. Eppure, è un tema centrale per l’attuazione dell’agenda digitale nazionale, e con l’arrivo dell’intelligenza artificiale diventa strategico.
Il 2026 è un anno di svolta. Il Piano Triennale 2024-2026 chiude il suo ciclo e AgID sta già lavorando, insieme alla cabina di regia che coinvolge amministrazioni centrali, regionali e locali, alla nuova edizione 2027-2029.
Soprattutto, si è chiusa la stagione del PNRR, che ha finanziato gran parte della trasformazione digitale degli ultimi anni. La sfida, quindi, non è più solo spendere bene, ma trovare risorse stabili per non disperdere quanto costruito.
Tre direttrici guideranno la prossima fase. La prima è l’intelligenza artificiale nella PA. La seconda sono le persone: il nodo irrisolto resta quello degli specialisti ICT occupati, fermi al 3,8% rispetto all’obiettivo del 10% insieme a competenze digitali di base ancora sotto la media UE. Infine, la terza è la qualità del servizio, non solo la sua presenza online: tra le criticità emerge ad esempio la scarsa assistenza online (70,37% contro 90,01% UE), oltre al divario della fibra nelle aree rurali.
Il futuro, del resto, si sta già scrivendo sui territori. L’Emilia-Romagna ha approvato a marzo 2026 la sua nuova Agenda Digitale 2025-2029. Il Veneto ha avviato a settembre il percorso partecipativo per l’Agenda Digitale 2030: cinque appuntamenti tematici che mettono a confronto enti locali, imprese, università e ricerca, con l’intelligenza artificiale tra le prime opportunità da cogliere.
Intanto il Veneto investe sul dato come infrastruttura comune, con bandi FESR per l’evoluzione della Veneto Data Platform e dei servizi digitali. È il segnale di una nuova generazione di agende regionali, costruite con il territorio, con il dato al centro e con lo sguardo al 2030.
L’agenda digitale del futuro, insomma, dovrà passare dal “digitalizzare i servizi” al “far funzionare davvero il digitale” per tutti: dati di qualità, sistemi che dialogano, personale formato e cittadini in grado di usarli.
Se c’è un tema su cui le Regioni hanno accelerato nel 2026, è l’intelligenza artificiale. Il cambiamento si vede su tre fronti: la collaborazione, le regole e il modo in cui l’IA viene acquistata.
Il primo vede come protagonista Reg4IA, iniziativa attraverso cui il Dipartimento per la trasformazione digitale ha messo 20 milioni di euro su quattro hub interregionali: per la prima volta tutte le Regioni lavorano sull’IA in una cornice comune. La Liguria guida il fronte sanitario, la Puglia l’IA a supporto delle decisioni pubbliche, la Toscana la prevenzione dei rischi, Lombardia e Veneto la “smart land” per ambiente e mobilità.
Il secondo sono le regole. La Calabria ha approvato a febbraio una legge sull’uso dell’IA nella propria amministrazione. La Toscana, a luglio, ha introdotto una Carta dei diritti digitali: chi si rivolge alla PA ha diritto di sapere se dialoga con un software e di chiedere una persona quando la decisione è automatizzata.
Il terzo fronte, forse il più delicato, riguarda gli acquisti: come si compra l’intelligenza artificiale? Il procurement è formalmente una delle componenti strategiche dell’agenda digitale: il Piano Triennale 2024-2026 gli dedica il capitolo 2, e l’aggiornamento 2026 ha aggiunto una sezione specifica sugli acquisti di innovazione. Oggi convivono tre modelli: l’e-procurement, sempre più “intelligente”, tanto che Consip punta a ridurre i tempi di affidamento fino al 60% con agenti di IA; gli appalti di innovazione, in cui la PA lancia una sfida al mercato, come fanno la Puglia con la sua legge sull’innovazione aperta e la Sardegna con quasi 8 milioni per appalti pre-commerciali; e l’innovazione “in casa” delle società in-house regionali.
L’AI però cambia le metriche di acquisto. Le linee guida AgID per il procurement di IA, in via di adozione, partono da un principio netto: l’IA non si compra come un software, perché evolve, si nutre di dati e va aggiornata e controllata nel tempo. Per questo il suo costo non si esaurisce al momento dell’acquisto, e le linee guida introducono una metrica dedicata, il LCOAI (Levelized Cost of Artificial Intelligence), che lo misura lungo l’intero ciclo di vita del sistema. In altre parole, la PA deve chiedersi non solo quanto costa comprare un sistema di IA, ma quanto costerà farlo funzionare negli anni. Con il primo accordo quadro Consip sull’IA, annunciato per l’autunno, per le Regioni si apre una scelta nuova: costruire l’IA in casa o acquistarla dal mercato. In entrambi i casi la PA smette di essere un semplice acquirente e diventa un soggetto che orienta il mercato.
È forse questa la sfida più grande della nuova stagione dell’agenda digitale: non solo adottare nuove tecnologie, ma imparare a sceglierle, acquistarle e governarle. Ed è qui che le Regioni, ancora una volta, possono fare da cerniera tra la strategia nazionale e i territori.